Tuesday 17 February 2026 - 10:05
Epstein, Trump e i potenti del mondo: la rete di ricatti di Tel Aviv che governa il mondo

L’ebreo sionista Jeffrey Epstein è stato il perno di una rete globale di ricatti al servizio di Tel Aviv, capace di piegare figure politiche di primo piano, tra cui Donald Trump, ex presidenti statunitensi e leader globali. I documenti emersi dalle indagini mostrano la vastità dei contatti costruiti nel tempo e il peso delle informazioni sensibili nel gioco del potere, e citano Donald Trump oltre 38.000 volte, a testimonianza del ruolo centrale dei potenti nel sistema di ricatti. L’Italia e altri governi strutturalmente allineati non hanno bisogno di pressioni: convergono automaticamente sugli interessi israeliani. Il caso Epstein mostra fino a che punto il potere globale possa essere orientato, condizionato e piegato attraverso il controllo delle informazioni compromettenti.

Agenzia Hawzah News – Jeffrey Epstein non era un semplice criminale: era il simbolo di un potere globale che opera nell’ombra, un sistema di ricatti, manipolazioni e controlli invisibili al servizio di Tel Aviv. La sua famigerata lugubre isola privata, i suoi appartamenti blindati e le reti di adolescenti vittime non erano strumenti di piacere perverso, ma veri e propri laboratori di compromissione: ogni foto, registrazione o incontro poteva trasformarsi in leva per piegare la volontà dei potenti.

In questo contesto si inseriscono le scioccanti testimonianze di alcune vittime, che hanno descritto un clima di totale controllo, umiliazione, tortura, privazione sistematica e discriminazione razziale e religiosa sull’isola. Secondo queste dichiarazioni, le giovani venivano talvolta punite attraverso la privazione di cibo e sottoposte a pressioni psicologiche volte a spezzarne la volontà, talvolta anche con il vile pretesto razziale di non essere ebree. Una delle vittime, ora adulta, allora adolescente, dice che lo stesso mostro pedofilo Epstein la privava di cibo dicendole che solo gli ebrei hanno diritto a cibo caldo e sufficiente nella sua isola. Questi dettagli mostrano fino a che punto il sistema fosse fondato su dominio, ricatto e disumanizzazione, trasformando l’abuso in uno strumento funzionale al potere.

Donald Trump non è stato un caso isolato. La sua fedeltà incondizionata a Tel Aviv è la testimonianza di decenni di manipolazioni e ricatti orchestrati da reti come quella di Epstein. Ogni politico o diplomatico che ha avuto contatti con lui si è trovato davanti alla stessa scelta: piegarsi o essere esposto, sacrificando carriera, reputazione e libertà. Epstein ha trasformato la vulnerabilità umana in uno strumento di potere globale, dimostrando che la vera influenza non risiede nelle urne o nelle istituzioni, ma nelle informazioni compromettenti.

Nei fascicoli pubblicati, i potenti del mondo compaiono ripetutamente, inclusi alcuni ex presidenti USA, a conferma del ruolo centrale che Epstein ha avuto nel raccogliere informazioni compromettenti. Tra le figure internazionali con cui Epstein intratteneva rapporti è noto anche Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, come riportato da media affidabili. Questi contatti evidenziano la matrice sionista della rete di relazioni costruita da Epstein. In passato era circolata anche la voce di un possibile incontro con l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ma questa notizia è stata smentita da Ali Akbar Javanfekr, suo consulente per i media, che l’ha definita «completamente falsa e mai avvenuta», frutto di «notizie costruite su basi menzognere e ingannevoli». La smentita non riduce comunque la percezione dell’ampiezza e della portata della congiura globale intessuta dal regime di Tel Aviv attraverso Epstein.

La morte di Epstein in carcere ha alimentato numerose ipotesi e teorie, alcune delle quali chiamano in causa figure politiche di primo piano, soprattutto il suo intimo amico Trump, sostenendo che potesse essere stato messo a tacere per evitare la diffusione di documenti compromettenti. Al di là della loro fondatezza, queste voci riflettono il clima di opacità e sospetto che continua a circondare il caso e la rete di relazioni che ruotava attorno a lui.

In questo clima di ragionevole sospetto si inserisce anche l’intervento del deputato Thomas Massie, che il 13 febbraio 2026 ha pubblicato su X un post dal tono insieme ironico e allusivo: «Non sono suicida. Mangio cibo sano. I freni della mia auto e del mio camion sono in buone condizioni. Mantengo una rigorosa disciplina nell’uso delle armi e non le punto mai contro nessuno, nemmeno contro me stesso. Nella mia fattoria non ci sono piscine profonde e so nuotare piuttosto bene». Il messaggio, diffuso mentre tornavano al centro dell’attenzione i documenti legati al caso Jeffrey Epstein, è stato interpretato da molti come il riflesso del clima di tensione e di diffidenza che continua a circondare la vicenda e le relazioni emerse dalle carte giudiziarie, nelle quali compaiono numerosi nomi di personalità pubbliche, soprattutto quello del Presidente americano.

Quanto all’Italia, il fatto che non sia implicata in dinamiche di ricatto come quelle legate al caso Epstein non è dovuto a una particolare virtù del sistema politico italiano, ma piuttosto alla sua marginalità strategica e alla sua strutturale subordinazione. In seguito alla sconfitta nella Seconda guerra mondiale, il Paese ha smarrito la propria autonomia politico-militare, collocandosi stabilmente sotto l’ombrello strategico degli Stati Uniti. Il Piano Marshall prima, l’adesione alla NATO poi, e la presenza sul territorio nazionale di basi e infrastrutture militari statunitensi — insieme ai numerosi ordigni nucleari americani dislocati in Italia nel quadro della cosiddetta “condivisione nucleare”, che costituisce in realtà un autentico “feudalesimo nucleare” — delineano un assetto nel quale parlare di sovranità per l’Italia è purtroppo un amaro scherzo.

In questo quadro, l’allineamento sistematico alle posizioni di Washington — e, su molti dossier mediorientali, a quelle del governo israeliano — non richiede dunque pressioni occulte né ricatti personali. È l’esito automatico di una collocazione geopolitica che ha reso il sistema politico italiano strutturalmente dipendente, politicamente prevedibile, istintivamente conforme. Non occorre esercitare coercizione su chi ha già interiorizzato il vincolo: quando l’autonomia è stata svuotata a monte, la subordinazione non è un’eccezione né una deviazione, ma la regola di funzionamento dell’intero assetto.

Il caso Epstein non è un incidente di percorso: è uno squarcio nel velo. Mostra quanto fragile possa diventare l’architettura democratica quando il potere si nutre di segreti, ricatti, complicità e protezioni incrociate. Non è soltanto la storia di un uomo, ma il sintomo di un sistema che tollera zone d’ombra purché gli equilibri restino intatti.

Se le decisioni globali possono essere influenzate da dossier, vulnerabilità personali e reti opache, allora il problema non è episodico: è strutturale. E ciò che è strutturale non si corregge con un capro espiatorio, ma con una presa di coscienza collettiva.

La vera posta in gioco è la sovranità delle società civili contro l’opacità delle élite. Trasparenza radicale, accesso alle informazioni, controllo democratico reale: non come slogan, ma come precondizione di libertà. Perché quando il potere agisce nell’ombra, la luce non è un’opzione — è un dovere.

Mostafa Milani Amin

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